Fra i mercati asiatici che SACE considera strategici, il rischio di credito va da 13 a 67. Cinquantaquattro punti, da Singapore al Vietnam, dentro la stessa etichetta geografica.

Il Sud-est asiatico non è un mercato di approvvigionamento. È un’espressione che ne contiene molti, con profili di rischio, strutture industriali e capacità produttive troppo diverse per entrare nella stessa decisione. Dire “ci spostiamo nel Sud-est asiatico” non indica quindi una strategia: indica una regione, e rinvia la scelta invece di prenderla. Quello che segue prova questi tre punti nell’ordine in cui contano per chi compra.

Il dato viene dalla Mappa dell’Export 2026 di SACE, alla diciannovesima edizione, che copre circa duecento mercati con rilevazioni aggiornate al 23 febbraio 2026. Assegna a ogni paese due punteggi su scala 0–100, dove 0 è il rischio minimo. Il rischio di credito misura la possibilità che una controparte estera non onori gli obblighi di un contratto commerciale o finanziario, ed è la media di tre componenti (sovrana, bancaria e corporate). Il rischio politico copre esproprio e nazionalizzazione, restrizioni valutarie, guerre e disordini civili.

Cinquantaquattro punti di rischio di credito separano Singapore dal Vietnam Grafico a punti su un solo asse. Rischio di credito dei sei mercati asiatici fra i sedici strategici SACE 2026, su scala 0-100 dove 0 è il rischio minimo. Singapore 13, Malesia 34, Filippine 47, Cina 51, Thailandia 59, Vietnam 67. Fra l'estremo inferiore e quello superiore ci sono 54 punti, tutti dentro l'etichetta Sud-est asiatico. 54 PUNTI DI SCARTO Singapore Filippine Thailandia 13 47 59 Cina Vietnam Malesia 51 67 34 0 20 40 60 RISCHIO DI CREDITO SACE · SCALA 0–100 · 0 = RISCHIO MINIMO
Un solo asse, 54 punti di distanza Tutti e sei i mercati stanno dentro l'espressione "Sud-est asiatico". Fra il primo e l'ultimo c'è più distanza di quanta ne separi molti paesi europei fra loro. Elaborazione propria su SACE, Mappa dell'Export 2026, Figura 4. Dati al 23 febbraio 2026. I 54 punti sono un calcolo nostro (67 meno 13), non un valore riportato da SACE.

Punti chiave

  • Il rischio di credito dei mercati asiatici strategici va da 13 (Singapore) a 67 (Vietnam), e la media nazionale nasconde ancora di più: per il Vietnam la componente sulle imprese private sale a 78.
  • Il paese con il rischio più basso è quello dove non si compra. Singapore ha i numeri migliori dell’area e non è un mercato di approvvigionamento per la manifattura italiana.
  • Rischio, struttura industriale e capacità produttiva non coincidono. La domanda utile non è quale paese sia meno rischioso, ma quale mercato risponda a una categoria specifica.

Da 13 a 67, e il singolo punteggio nasconde ancora di più

Cinquantaquattro punti sono molti. Dentro la stessa espressione convivono un mercato che una banca tratta quasi come domestico e uno per cui chiede coperture. Parlare di approvvigionamento “nel Sud-est asiatico” equivale a dire che si compra “in Europa” mettendo nella stessa frase i Paesi Bassi e i Balcani occidentali.

Lo scarto fra i paesi, però, è solo il primo problema. Il secondo è che perfino un singolo punteggio nazionale nasconde differenze che ricadono direttamente sul fornitore.

Il numero pubblicato è una media, e le medie livellano. Dove SACE scende sotto la media, il quadro cambia. Per il Vietnam l’aggregato è 67, ma la componente riferita alle imprese private sale a 78, allo stesso livello del sistema bancario. Per la Thailandia l’aggregato è 59, mentre corporate e bancaria si collocano entrambe oltre 70.

Quella componente è la prima che dovrebbe interessare chi acquista, perché misura il tessuto da cui viene il fornitore. Un’impresa inserita in un tessuto fragile è più esposta a tensioni di liquidità. E le tensioni di liquidità si manifestano come ritardi di consegna molto prima di tradursi in insolvenze.

La prima distinzione utile, quindi, non è fra Cina e Sud-est asiatico. È fra i singoli mercati del Sud-est asiatico, e dentro ciascuno di essi.

Il paese con il rischio più basso è quello dove non si compra

Il rischio è solo la prima delle tre dimensioni. E c’è un modo rapido per vedere perché da sola non basta.

Il profilo migliore della tabella appartiene a Singapore: 13 di rischio di credito e 4 di rischio politico, con distacco su tutti. E per una PMI italiana che cerca guarnizioni, O-ring o componenti elastomerici, Singapore non è un mercato di approvvigionamento. Costo del lavoro, scala e struttura dell’economia lo escludono in partenza.

Il paese con il numero migliore è quello dove non si compra.

Ne segue che un profilo di rischio contenuto non dice che esistano fornitori adatti alla categoria. Non dice che abbiano le certificazioni richieste sul mercato europeo, né che accettino quei volumi, né che possiedano gli stampi. Il rischio paese descrive il contesto in cui un fornitore opera. Non descrive la capacità della filiera a cui appartiene.

Ed è la seconda ragione per cui l’etichetta regionale non regge. Due mercati possono stare vicini sul rischio e servire a cose completamente diverse.

La Malesia va valutata per sé, non perché sta nell’ASEAN

Da qui segue anche come non va usato un singolo paese dell’area. La Malesia è il caso più utile per mostrarlo, perché è quello di cui si parla meno.

Ha il secondo profilo dell’area: 34 di rischio di credito e 28 di rischio politico, dietro alla sola Singapore. Ed è l’unica dei sei a cui il rapporto non dedica un commento. La sezione ASEAN discute Indonesia, Vietnam e Thailandia. Ciascuno riceve il suo paragrafo su quadro economico, fragilità e prospettive. La Malesia compare nella tabella dei sedici mercati strategici e si ferma lì.

Non è un rilievo mosso a SACE, il cui documento è costruito per chi esporta. È il rapporto stesso a spiegare la disparità: fra i sedici mercati strategici la Malesia è l’unica in cui l’indice di opportunità sugli investimenti supera quello sull’export, 71 contro 69. Per chi vende è una ragione per dedicarle poche righe. Per chi compra è la ragione per guardarla.

Il punto, però, non è che la Malesia meriti attenzione perché sta nel Sud-est asiatico. È il contrario. La merita per caratteristiche sue, non per collocazione geografica. Contano la struttura industriale e le filiere effettivamente presenti, l’integrazione commerciale già esistente e la capacità nella categoria cercata. Vale per la Malesia come per ogni altro mercato dell’area, e in entrambe le direzioni.

La domanda che sostituisce “quanto è rischioso il Sud-est asiatico”

Se le tre dimensioni non coincidono, la domanda di partenza è mal posta.

Non “qual è il paese meno rischioso del Sud-est asiatico”, che è una media di medie. Piuttosto: per questa categoria e con questi volumi, quale mercato offre una combinazione realistica di filiera, fornitori e rischio.

Le variabili che decidono sono note, e nessuna di esse sta in un indice di rischio paese. Categoria e specifiche. Tolleranze. Volumi e quantitativi minimi d’ordine. Proprietà degli stampi. Certificazioni richieste sul mercato di destinazione. Capacità effettiva del fornitore su quel pezzo. Il rischio paese resta utile, e la componente corporate più delle altre, ma è una precondizione: da sola non decide niente.

Il Sud-est asiatico, quindi, non è una destinazione. È una regione in cui ogni mercato risponde a una domanda diversa. La Malesia può essere la risposta per alcune categorie industriali e non per altre, e stabilire quali parte dai codici che l’azienda compra. Se la categoria è quella degli articoli tecnici in gomma, la filiera malese ha caratteristiche che nessun indice di rischio registra. La scelta comincia dalla categoria, non dalla mappa.


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